“Chiudere gli occhi è la prima bugia della fotografia”

28 Aprile 2010 28 Aprile 2010
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Voglio condividere con voi uno spazio di riflessione.
Quando ho letto le parole di questo post vi ho trovato dentro tutte quelle tematiche che in questi giorni mi rincorrono per blog o per cronaca – aborto, suicidio, violenza, etica, bambini, informazione, comunicazione, male – riassunte in una circostanza specifica che si porta dentro un carico di dolore e di complessità immane.
Il post me lo ha segnalato un mio amico fotoreporter, a corollario di tante animate discussioni che abbiamo avuto sul mestiere suo e di tanti suoi colleghi.

L’impossibile scelta di Marco
di Michele Smargiassi
Questa storia dividerà le coscienze e le emozioni. Lo sta già facendo sui blog di mezzo mondo, curiosamente non in Italia, benché il fotografo attorno a cui tutto gira sia italiano d’origine. Si chiama Marco Vernaschi, è torinese per nascita, ha 37 anni, ha vinto un premio World Press Photo e sta lavorando, finanziato dal Pulitzer Center on Crisis Report, su un argomento che fa rabbrividire: i sacrifici rituali di bambini in Uganda ad opera di presunti “guaritori”, un fenomeno di crudeltà mascherata (senza fondamento) da “ritualità tradizionale” esploso negli ultimi anni, contro cui lo stesso governo locale sta conducendo una dura repressione. In gennaio e febbraio, Vernaschi ha lavorato sul campo per raccogliere prove visuali dei crimini. Durante una di queste investigazioni si è imbattuto nel dolore di una famiglia a cui, lo stesso giorno, era stata mutilata e uccisa una figlia di dieci anni. Dopo un lungo colloquio, durante il quale il fotografo ha spiegato il senso e le motivazioni del suo lavoro di denuncia, la madre ha accettato di mostrare il corpo straziato della bambina, riesumandolo dalla fosse in cui era stato appena sepolto. Vernaschi ha fotografato quel corpo. Al momento del congedo, il capo del villaggio gli ha chiesto “un contributo” per pagare le spese legali della famiglia. Vernaschi ha accettato di consegnare alla madre quello che aveva in tasca, una settantina di dollari.
Questi i fatti come raccontati dallo stesso fotografo nel report pubblicato sul sito del Pulitzer Center assieme alle fotografie (ora rimosse). La tempesta si è scatenata immediatamente, quando un altro fotografo dopo aver sfogliato le immagini di Vernaschi su Facebook ha deciso di ripercorrere i suoi passi in Uganda, fornendo un’altra interpretazione della storia, molto accusatoria. Sul capo di Vernaschi, per questa e per altre immagini, è caduta dal mondo dei blogger, dai giornali e da altri censori più o meno perentori una valanga (ringrazio un altro Marco, commentatore assiduo di questo blog, per le segnalazioni) di accuse e di sospetti: aver violato la legge che vieta le esumazioni, aver comprato il dolore di una famiglia, aver calpestato pietà ed etica professionale, avere ignorato la dignità dei bambini protetta dalle carte internazionali sui loro diritti. In molti di questi aspri commenti, per la verità, sembra prevalere l’accusa di aver fotografato corpi di bambini nudi: come se si riducesse tutto ad una questione di pornografia minorile (il New York Times si fece la stessa domanda di fronte alla ora celebre foto di Nick Ut con la piccola vietnamita nuda e piangente per le ferite del napalm, e sciolse il dilemma pubblicandola).
Vernaschi ha risposto ad alcune dei suoi critici, riconoscendo di aver osato, ma adducendo il valore etico finale del proprio lavoro e chiedendo di essere giudicato non in astratto, ma nel contesto concreto delle sue azioni.
Non è facile prendere una posizione morale su questo caso. O meglio, sarebbe più facile e comodo prenderne una di condanna assoluta, che ci mette al riparo dal farci una o due domande scomode sul mestiere del fotoreporter. Che è quello di testimone visuale, di “occhio pubblico”. E lo è anche quando ciò che va a vedere è ciò che non ci piace vedere (né sapere: che non vedendo, non sapremmo, oppure non riterremmo degno di attenzione), che ci disturba, che ci disgusta.
Non conosco Marco Vernaschi. Quel che dico prescinde dunque dalle impressioni sulla sua persona. Da quel che leggo, concedendogli il diritto alla buona fede (sempre revocabile di fronte a prove contrarie), capisco però che si è cacciato nella condizione più impossibile per un fotografo dotato di una coscienza. Viene a conoscenza di un crimine orrendo, anello di una catena di crimini disumani che può e deve essere denunciata e fermata. Sta lavorando precisamente su quello. Sa di possedere uno strumento, la fotocamera, in grado di trasformare un documento di denuncia come tanti tra quelli che vengono abitualmente diffusi dalle organizzazioni umanitarie e poi cadono nel silenzio e nella distrrazione, in un grido che non può lasciare tranquillo nessuno. Sa che per agire deve superare almeno un disagio interiore, varcare qualche soglia etica. Decide che il suo compito è documentare: è per questo che è lì. Io non posso dargli del tutto torto. Per come la vedo io, le fotografie vanno scattate, anche le più disturbanti e inguardabili, quando c’è una ragione per farlo, e questa ragione è il dovere di testimoniare qualcosa che altrimentio andrebbe perduto o ignorato o censurato. Chiudere gli occhi è la prima bugia della fotografia. Quanto a mostrare quel che si è visto e registrato, questa è una decisione che potrà essere presa dopo, a mente più lucida e considerando tutte le variabili di opportunità ed etica.
Ma che succede quando scattare non è solo assistere a una situazione, ma anche intervenire su di essa? Quando intervenire implica superare qualche confine etico o legale? È quello il momento in cui il fotografo testimone è solo con la propria coscienza. Fermarsi di fronte a un divieto o a uno scrupolo ci avrebbe privato di molte immagini del passato che siamo invece convinti sia giusto poter vedere oggi. Il “bene della causa” giustifica dunque tutto? La possibilità di denunciare un crimine autorizza a produrre un “male minore”? Nel racconto di Vernaschi in realtà questa violazione sembra essere stata in qualche modo condivisa e non imposta con le persone che l’avrebbero subita. Ma questo è sufficiente?
Mi torna in mente la fotografia di Tomoko, la piccola focomelica fotografata da W. Eugene Smith a Minamata, in accordo coi i genitori di lei, per denunciare un criminale caso di inquinamento industriale. Anni dopo, quella foto, pubblicata ovunque e divenuta un commovente simbolo di un’ingiustizia, è stata ritirata dalla circolazione per richiesta degli stessi familiari di Tomoko. È successo in quel caso quel che penso possa accadere alle foto estreme: sono le onde della storia, le maree dell’etico e del non-etico che cambiano, a determinare il destino di un’immagine (anche se io ritengo che quella particolare immagine faccia ormai parte del patrimonio visivo e morale dell’umanità, e ucciderla sia ingiusto, oltre che impossibile). Mi viene in mente un’altra foto, la bambina sudanese ormai morta di fame sotto gli occhi pazienti e crudeli di un avvoltoio: quella foto vinse il premio Pulitzer (guarda il caso), ma il suo autore Kevin Carter, fotografo sudafricano con molti problemi ma sicuramente non cinico, fu additato come avvoltoio umano per non aver saputo dire il destino di quella bambina, e qualche tempo dopo si suicidò. Difficile essere semplici testimoni di una tragedia umana. Ma di testimoni abbiamo bisogno, o no?
Credo che Vernaschi si sia assunto il carico di una scelta estrema, fuori dalle regole, senza sfuggire al suo peso. Penso, da quel che leggo, che sia disposto a riconoscere i limiti e la precarietà della sua scelta, così come io, lettore, sono autorizzato a pensare che la sua convinzione di essere nel giusto possa averlo travolto fornendogli una giustificazione per superare il tormento interiore che penso e spero lo abbia assalito in quel momento. Sulla sua buona fede giudicherà chi lo conosce. Sul diritto o meno di quella fotografia ad esistere, giudicherà la storia.

Ogni immagine, per quanto sconvolgente sia il suo impatto, è comunque qualcosa che racconta una storia in maniera “nuda”,  senza corollari di sorta. Tremenda è invece, spesso, tanta cronaca “commentata”, così morbosamente inutile ed insulsa, a cui da tempo ci hanno abituati.

Perduto Amore

24 Marzo 2010 24 Marzo 2010
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Ho letto giorni fa un articolo di Massimo Gramellini sulla Stampa. Sono tornata spesso a rileggerlo. C’è qualcosa che mi ha catturato e si è messo nel fondo della mia coscienza. E’ rimasto lì. Così lo vado a trovare spesso per gustarne, assaporarne il pungolo dolceamaro.

11/3/2010
Perduto amore
“A un anno e mezzo dalla morte del figlio Vito, ucciso dal crollo del soffitto del liceo Darwin di Rivoli, la signora Cinzia ha ingerito un tubetto di pillole nel tentativo di raggiungerlo. E’ stata salvata dalla lavanda gastrica, e dall’altra figlia che l’ha trovata riversa sul letto come se dormisse. Gli stoici dicevano che il dolore è un’inadeguatezza alla situazione ed effettivamente è così. Siamo inadeguati a reggere l’evento più innaturale che esista: la morte di un figlio, che è morire in due rimanendo vivi, e rimanendolo in mezzo ad altre persone che soffriranno con noi solo per un po’ – gli amici, il parentado – oppure per sempre, ma in modo diverso. Mi riferisco ai figli sopravvissuti, che si ritrovano senza un fratello e orfani di genitori che non saranno mai più quelli di prima.

Anche chi è assolutamente convinto che la vita abbia un senso ammutolisce di fronte al dolore di una madre o di un padre. E non può non interrogarsi sulla potenza selvaggia di quel legame di carne che ogni giorno, giustamente, viene messo in discussione dai conflitti generazionali. Tutti, almeno una volta, abbiamo pensato che i nostri genitori non ci amassero. Ma il gesto della signora Cinzia serve a ricordarci che il senso della vita è proprio lì, in quel legame fra chi crea e viene creato. In quell’amore assoluto che dà senza chiedere. Nel libro «Una madre lo sa» di Concita De Gregorio, un’ostetrica racconta che, appena nasce un bambino, le persone in attesa fuori dalla sala-parto le chiedono subito come sta il figlio. Solo una chiede prima come sta la mamma. Sua mamma”.
Massimo Gramellini